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"L'odio" di Kassovitz

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Profilo

Titolo originale La Haine

Regia Mathieu Kassovitz

Anno: 1995

Genere: Drammatico

Durata: 95 min.

Cast: V. Cassel - H. Koundé - S. Taghmaoui - A. Ghili

Sceneggiatura: M. Kassovitz

Fotografia: Pierre Aim


 


Commenti

Lietta Tornabuoni - La Stampa

"In bianco e nero, un giorno e una notte nella vita parigina di quei ragazzi della periferia senza studi e senza lavoro e senza niente, isterizzati dal vuoto e dall'assenza d'ogni collocazione sociale, nevrotizzati dalla mancanza di futuro, facilmente delinquenti perché privi di soldi, che in ogni metropoli del mondo mettono tanta paura agli altri, agli integrati. Ventiquattr'ore nella vita dei loro odiati nemici che li odiano, i poliziotti: l'odio reciproco è l'emblema del conflitto tra la società e i rifiutati, gli esclusi dalla società. E qualcosa che in Europa non si vedeva da tempo: un film contro la polizia".

Roberto Escobar - Il Sole-24 Ore

"L'odio di chi rifiuta ed espelle incontra l'odio degli espulsi e rifiutati: l'uno alimenta l'altro. Meglio, l'uno riflette l'immagine dell'altro, innescando un gioco di specchi, un meccanismo senza fondo, dominato dalla reciprocità interminabile della paura e della violenza. In questo gioco di specchi, spietato come il bianco e nero di Kassovitz, sono catturati gli occhi e gli orecchi degli spettatori".


Critica

L'odio di Kassovitz

A ciascuno il suo, potremmo dire. Il Cinema è conforme al mercato, si adatta ai gusti e ai consumi della massa. Da tutto questo trapela un elemento significativo che contraddistingue questo scenario: questa società ha soprattutto bisogno di immagini. Immagini di tutti i tipi, purché veloci, intercambiabili, immagini piazzate davanti ai nostri occhi che aiutino a riempire il buio delle nostre anime. In questo buio mi sono imbattuta  in un film francese del ‘95, L’Odio, di Kassovitz, con Vincent Cassel.

Un film che parla del “ Malessere delle periferie”. Meglio conosciute come Banlieues, ghetti in cui vivono centinaia di migliaia di persone che spesso non hanno mai messo piede nella Capitale. Vivono a ridosso della Grande Città, di questa Metropoli spocchiosa e saccente, piena di impulsi positivi ma statalista fino al paradosso. Infatti, grazie al buon vecchio Barone Haussmann, più di un secolo fa, Parigi divenne una città completamente borghese e non solo sulla carta. Si crearono interi quartieri abitati esclusivamente da borghesi di tutti i tipi, si costruirono apposite case e apposite strade ad essi riservate. Un secolo prima si era sperimentata la convivenza mista, adesso borghesi e paraborghesi non volevano più avere contatti con persone di ceto inferiore, gli operai ad esempio. Così vennero tutti confinati nelle periferie e si fece in modo che nessuno degli “ eletti” avesse mai la possibilità di incontrarsi con un proletario. I traffici e i commerci erano tutti nella grande Città, in periferia un Grande dormitorio abbandonato dagli Enti governativi.

L’Odio è un film alquanto profetico, con uno stile a metà tra il cinema “arrabbiato” di oggi, in cui le immagini si susseguono veloci e i dialoghi sono serrati ed elementi di un cinema esistenzialista, di cui il bianco e nero, i silenzi improvvisi, la scena che, in tanto rumore all’improvviso sembra fissarsi in un’iconografia decadente e di alto spessore lirico, riprese futuristiche che anticipano molte visioni odierne. Ha, infine, durante e dal principio una forte connotazione “sociale”.

E’ un film che strappa molti sorrisi e quando, alla fine, sembra inabissarsi nella pura retorica, ci sveglia dal torpore e ci fa entrare nel Vero Abisso di questo mondo globalizzato. I tre protagonisti, appartenenti a tre “etnie” apparentemente inconciliabili, sono amici, al punto di diventare quasi come degli angeli protettori l’uno dell’altro, hanno qualcosa dell’antieroe di pasoliniana memoria, l’accattone perduto in mezzo a baracche decrepite, degli Olvidados di Bunuel, continuamente vilipesi, riscattati, invasi dalla violenza e dall’impossibilità di uscirne, vittime e carnefici al tempo stesso. Eppure, in quella specie di ghetto dove vivono, in una realtà surreale, fatta di scuole e palestre bruciate, continuamente distrutte e amici che muoiono durante le rappresaglie con la polizia, la loro amicizia sembra scorrere come l’acqua, aliena da ogni differenziazione sociale o culturale, unita dallo scherzo, dalla contingenza e dallo spirito comune.

Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio. All’inizio e alla fine del film c’è questa frase, ripetuta da una voce fuori campo. Durante il film essa viene nuovamente citata da uno dei protagonisti, ma essa è solo la fine di una storia che egli racconta e una sorta di parabola relativa alla loro stessa storia. Un uomo che cade dal cinquantesimo piano dice, ad ogni piano, fin qui tutto bene e intanto fa un sospiro di sollievo. Ma, si sa, ad un certo punto c’è l’impatto con il suolo. L’atterraggio.

Non riesco a togliermelo dalla testa. Anche a me sembra di vivere così,. Mi guardo intorno e tutto il mondo, com’è oggi, sembra dire, fin qui tutto bene, fin qui tutto bene. L’atterraggio dovrà pur sempre arrivare, quando non è dato saperlo.