
http://it.wikipedia.org/wiki/L%27albero_degli_zoccoli
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Il Morandini, Zanichelli Editore, di Laura, Luisa e Morando Morandini
"Solenne e sereno, grave e pur lieve come le musiche di Bach che l'accompagnano, il 9° di Olmi è – con Novecento (1976) di B. Bertolucci che è il suo opposto – il più grande film italiano degli anni '70, e l'unico, forse, in cui si ritrovano i grandi temi virgiliani: labor, pietas, fatum. Gli sono stati rimproverati, come limiti, una rappresentazione idealizzata, perché troppo lirica, del mondo contadino, la cancellazione della lotta di classe, la rarefazione spiritualistica del contesto sociale. È indubbio che al versante in ombra (grettezza, avidità, violenza, odi feroci) del mondo contadino Olmi ha fatto soltanto qualche accenno, e in cadenze bonarie, ma anche in quest'occultamento è stato fedele a sé stesso e alla sua pietas. Girato con attori non professionisti. Il sonoro originale fu doppiato dagli stessi interpreti contadini e operai in un dialetto italianizzante. Alcune copie circolarono con sottotitoli in italiano nei dialoghi più ostici. Venduto in un'ottantina di nazioni. Palma d'oro e Premio Ecumenico a Cannes. César per il film straniero in Francia."
Critica
L’albero degli zoccoli
E’ l’una di notte. Cadono i primi fiocchi di neve, la campagna comincia ad essere imbiancata. L’anziano nonno, si alza dal letto, si veste e va fuori. Dice che va a prendere “lo sporco delle galline” per metterlo nel campo di pomodori, poiché lo sterco di gallina è un incredibile fertilizzante e con il freddo tutto si conserva al meglio. Questa è una scena de L’albero degli zoccoli, grande film di Ermanno Olmi che ha vinto la palma d’oro al festival di Cannes nel 1978. Ed è a questo straordinario regista che verrà assegnato, in questi giorni, il leone d’oro alla carriera al festival di Venezia.
Al di là dei premi, Olmi è un regista d’altri tempi, uno che i film li scrive con attenzione, con grande cura, ma soprattutto, il tempo cinematografico dei suoi film assomiglia l tempo reale, al racconto di una o più vite che si intersecano, si mescolano ed evolvono in un verosimile racconto di vita vissuta. La sua opera è descrittiva, raccontata per immagini e per parole con nitidezza, con minuzia mai leziosa, senza manierismi di sorta, con naturalezza e con semplicità come lo scorrere di una vita o di un momento della vita. L’albero degli zoccoli è probabilmente il film che meglio rappresenta Olmi nel suo modo di raccontare, poiché, il soggetto è assolutamente coerente con lo stile e le modalità narrative tipiche del regista.
Siamo nella campagna bergamasca di circa cento anni fa, in una cascina abitata da un gruppi di famiglie di contadini. Un po’ più in la c’è la casa del padrone, cui, il fattore, in tempo di raccolto, riporta quotidianamente i conti e le notizie riguardanti il suo”feudo”. I due terzi del raccolto spetteranno sempre a lui, al padrone, che vive una vita anni luce lontana dai bifolchi. Nella comunità di contadini, invece, si evidenzia il bambino che, tra le mille preoccupazioni dei genitori, va a scuola. Unico in tutta la cascina, vestito alla buona, il bambino si incammina finalmente verso la “sua “ scuola. “ Che cosa diranno di un figlio di contadini che va a scuola?” Questi sono i pensieri del padre. Ma vedendolo felice, occupato in quella attività nuova e rinfrancante, i genitori si rasserenano, gli chiedono cosa stia imparando, si stupiscono, si meravigliano di queste cose nuove.
Intanto la vita procede, tra tante difficoltà, per una vedova con sei figli da tirare su, e quando la loro mucca si ammala tutto sembra precipitare. La speranza , la vita e la morte, sono affidate al miracolo, ad una religiosità fatta di madonne e di magiare, in cui i riti propiziatori, le preghiere apotropaiche, le filastrocche, le credenze, vengono affrontate in una modalità pratica, utilitaristica. La provvidenza, la grazia, il Dio che dà e che toglie, un mondo fatto di riti religiosi e magici al contempo, in cui tutto, da un momento all’altro può essere spazzato via dal padrone, supremo deus ex machina di tutta la campagna. Quando si accorge di un albero tagliato e ne domanda il colpevole, questi lo caccia, con tutta la famiglia. Il colpevole è proprio il padre dell’unico scolaro della cascina, per il quale aveva intagliato un paio di zoccoli nuovi per sostituire quelli rotti. Tutto viene scoperto e tutto finisce. Finite le loro serate in stalla, tutti insieme, vecchi, giovani, bambini, tutte le generazioni riunite a raccontarsi storie, a farsi compagnia al caldo, mentre fuori c’è freddo, nebbia, pioggia. Stavolta non ci saranno né madonne, né magiare a fargli avere la grazia.
Infine, una menzione di riguardo la meritano gli attori, tutti veri contadini del bergamasco. A volte, si stenta a credere che alcuni di loro non siano attori professionisti. Il risultato è incantevole, è ipnotico. E’ il racconto di un mondo che non esiste più, lontano e quasi incomprensibile nella società odierna, dove per molti bambini l’andare a scuola è scontato e l’avere, il possedere il superfluo è una modalità di esistenza acquisita quasi globalmente nelle civiltà occidentali.
L’albero degli zoccoli si pone davanti ai nostri occhi come un pezzo di vita vera recitata senza saperlo; attimi che passano, come lo scorrere di un fiume, come il girare della ruota del mulino, come il passaggio delle stagioni e dalla pioggia al sereno, riempiono uno spazio della nostra mente di immagini indelebili, perché forse le avevamo già viste, già sentite, ma non le avevamo mai contestualizzate così, non ne avevamo un quadro così vivo davanti agli occhi.





