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Tremonti, i fannulloni romani e l’evasione fiscale

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La manovra economica tarda ad essere approvata e la ragione di ciò è sotto gli occhi di tutti. E’ necessario dapprima deliberare sui provvedimenti volti alla conservazione delle tanto agognate (e meritate) poltrone, tra cui il disegno di legge sulle intercettazioni, eppoi occuparsi dei problemi reali di questo disgraziato paese che ha nome Italia. Problemi davvero grossi. Ciò non significa, che desideri ardentemente l’approvazione della manovra economica correttiva dei conti pubblici. Al riguardo, è infatti evidente il contenuto demenziale della stessa in ragione della contemporanea presenza di una politica monetaria espansiva che produce solo inflazione e di una politica fiscale restrittiva. Tale tipo di combinazione è la peggiore politica economica che si possa (razionalmente) attuare. Anche i gonzi infatti sanno che una politica pro-ciclica ha l’effetto di amplificare le condizioni economiche nel periodo vigenti.

Pertanto, se in recessione si attua una politica restrittiva, l’effetto non potrà che essere restrittivo! Con buona pace della ripresa economica tanto invocata dagli instancabili ottimisti. Del resto, ci si potrebbe chiedere: ma i nostri governanti sono semplicemente ignoranti ovvero c’è dolo nei loro sciagurati interventi sull’economia? Mi consenta il grande romanziere meneghino.."ai posteri l’ardua sentenza" Scontato quindi affermare che tale manovra ha contenuti devastanti per molti cittadini italiani. Meno inutile è sottolineare invece che il peso della crisi economica e finanziaria, anziché essere pagata dai responsabili della stessa, ricadrà sulle spalle dei “soliti noti”. I lavoratori dipendenti, as usual. La differenza rispetto al passato è che questa volta il cerchio dei soliti fessi, pardon messieurs et mesdames contribuenti/cittadini, si è ulteriormente ristretto. Infatti, il prezzo della crisi sarà pagato solo dai dipendenti pubblici. Quattro milioni di italiani pagheranno per tutti, per sessanta milioni di concittadini.

Del resto, è noto che, ironia della sorte, tale manovra colpisca (o meglio, percuota) i dipendenti pubblici in svariati modi, con gli interventi che di seguito mi appresto ad elencare. Anzitutto, la punta di diamante della manovra economica è rappresentata dal congelamento degli stipendi. Tale provvedimento (particolarmente auspicato in questi giorni di canicola terribile) porterà ad una riduzione del reddito reale nell’ordine di circa l’8%, calcolando un tasso di inflazione del 2% ogni anno per quattro anni. In realtà, è noto che probabilmente l’inflazione crescerà più del 2%, man mano che gli effetti dell’espansione monetaria si faranno sentire con maggiore forza, nonché in considerazione della crescita dei prezzi delle materie prime. Tale 8% quindi potrà divenire 10-12 o 15 per cento. Ovviamente si parla di inflazione ufficiale. Considerando quella reale si potrà facilmente arrivare al 20-30 per cento. In ogni caso, aldilà di ogni considerazione pessimistica, almeno l’8% del reddito reale dei dipendenti pubblici se ne andrà in fumo e non verrà più recuperato. Del resto, non è chiaro come la necessità di reperire risorse finanziarie per 24 miliardi di euro si concili con le dichiarazioni di Berlusconi, il quale ha assicurato che non verranno toccate le tasche dei cittadini. Come ulteriore misura di risanamento, vi è la riduzione degli stipendi per i dipendenti pubblici nell’ordine del 5-10% per redditi fino a 90.000 euro e fino a 130.000 euro. A prima vista tale intervento potrà sembrare equo in quanto considerante solo ai redditi più elevati. In realtà bisogna sottolineare che, anzitutto, ci si sta riferendo a redditi lordi e che quindi tali “fortunati” non percepiscono mai più della metà del loro stipendio.

In secondo luogo è opportuno evidenziare che i dirigenti pubblici (come tutti i lavoratori dipendenti) sono soggetti che le tasse le pagano davvero, fino all’ultimo centesimo, mentre sono in circolazione nullatenenti proprietari di barche, ville ed auto di lusso (vedi articolo de La Repubblica del 12 luglio scorso).

In terzo luogo bisogna considerare i tagli agli enti locali. E’ facile immaginare che tale misura si tradurrà in una maggiorazione delle addizionali Irpef che, neanche a dirlo, graverà sui lavoratori dipendenti in generale e su quelli pubblici in particolare. Infine, è opportuno evidenziare che la manovra andrà a colpire le sempre bersagliate pensioni, con una serie di interventi differenziati tra cui l’innalzamento immediato dell’età pensionabile (dal 2015, per le donne dipendenti della pubblica amministrazione, ulteriore innalzamento di cinque anni), la definizione di finestre di uscita mobili, la rateizzazione del TFR, il collegamento dell’età pensionabile all’aspettativa di vita, etc..

E' forse superfluo indicare tutta una serie di soluzioni alternative che potevano essere prese in considerazione al fin di procedere al riordino dei conti pubblici in quanto utopiche ed “essenzialmente irrealizzabili”. Comunque, di seguito, per opportuna memoria, provvederò a descriverle sommariamente con l’obbiettivo di dimostrare che è semplicemente falsa l’affermazione secondo la quale non vi erano alternative agli interventi sopra descritti. L’intervento più semplice da attuare sarebbe potuto essere l’aumento dell’aliquota per le rendite finanziarie, ancora scandalosamente ancorata (da anni) al 12,50%. Nessuno ne parla e nessuno, per ovvi motivi, mai ne parlerà; al riguardo, basterà scrutare l’azionariato dei grandi giornali di “massa” per comprenderne la motivazione. Comunque, non è dato capire perché se una persona pone in essere una speculazione finanziaria viene tassata al 12,50%, mentre colui che presta attività lavorativa viene tassato con un’aliquota variabile dal 40% al 60%. Il lavoro viene tassato dalle quattro alle cinque volte di più. Per quale ragione? Si vuole punire chi lavora e premiare chi specula? Mistero..

Per completezza di analisi è bene comunque sottolineare che le grandi speculazioni finanziarie, o meglio i proventi da esse derivanti, difficilmente sarebbero assoggettate a quell’aliquota, seppur minima, che definisco scandalosa, in quanto sarebbe probabile l’adozione di stratagemmi con il fine di sfuggire completamente alle forche caudine del fisco nostrano (trust, fiduciarie, prestanomi, paradisi fiscali sono solo alcuni degli strumenti che si hanno a disposizione per raggiungere tale scopo). L’intervento più pubblicizzato è invece rappresentato dal recupero dell’evasione fiscale, stimata in 120 – 150 miliardi (6-7 volte l’entità della manovra), la quale, pur essendo continuamente all’ordine del giorno, continua a prosperare per ovvie motivazioni di opportunità politica. Altra misura efficacissima sarebbe stata rappresentata dai tagli alla spesa pubblica (tagli veri, non quelli propagandati) sui generis della riduzione delle auto blu (il cui numero è quasi 10 volte maggiore di quelle degli USA) o dell’abolizione delle province. Al riguardo mi si consenta una domanda: che fine ha fatto la proposta di abolire gli enti territoriali provinciali al di sotto dei 220.000 abitanti? Nessuno più ne parla. Tra l’altro, forse qualcuno potrà chiedersi perché l’abolizione avrebbe dovuto operare proprio al di sotto di quella cifra. La risposta è dedotta da un banale calcolo di conservazione del maggior numero di poltrone possibile (del PdL ovviamente). L’ultima provincia che sarebbe stata salvata? Quella di Asti, in considerazione di una popolazione di 220.156 abitanti. Da quale forza politica è governata? Il PdL ovviamente (quando si dice la fortuna..).

Per quanto detto, risulta chiaro che tale intervento intenda punire l’unica vera opposizione attiva al governo attualmente in carica, ovvero la componente dei cosiddetti “finiani”, che ha nei dipendenti pubblici il suo bacino elettorale privilegiato e contemporaneamente salvaguardando gli elettori-evasori del PdL. O sarà vero il viceversa? Si puniscono i secondi per colpire i primi? Altro mistero… Comunque è altrettanto chiaro che tale misura si inserisce nell’ambito del più ampio progetto di criminalizzazione dei lavoratori pubblici progettato, sperimentato ed attuato da parte del governo in carica (Brunetta docet).

Se tutto quanto scritto inprecedenza è piuttosto noto ai più (ovvero a quell’1% dei cittadini che ancora si fa delle domande e conserva spirito critico), nessuna analisi è stata posta in essere riguardo l’impatto “territoriale” che tale manovra economica potrà avere. Se i relativi interventi colpiscono i dipendenti pubblici e se è vero che la maggior parte di essi (quanto meno in termini relativi) sono concentrarti a Roma, è chiaro che la città più colpita dalla manovra economica sarà la città eterna. E’ risaputo infatti che la maggior parte dei “soliti noti” ha la sfortuna di risiedere nella capitale. Se poi a questo si aggiungono altri provvedimenti studiati ad hoc, tipo la tassa sugli alberghi, il pagamento dei raccordi autostradali, il blocco del turn over delle Pubblica Amministrazione ed altre misure simili, ci si accorge che sarà proprio la città eterna a soffrire di più del risanamento dei conti pubblici. Con ciò, non è mia intenzione lasciare intendere l’affermarsi di uno scontro territoriale in atto, in quanto la politica perseguita non è consistita nel togliere ad una parte dell’Italia per dare il ricavato all’altra; non bisogna farsi ingannare da facili associazioni di pensiero in considerazione della forza crescente della Lega Nord nel governo. In realtà, si sta togliendo ad alcuni (lavoratori dipendenti, in particolare pubblici) per dare, o meglio, per non togliere ad altri (imprenditori, commercianti, professionisti). E’ quasi un caso che i primi risiedano nel Sud ed i secondi nel Nord. Non è pertanto in atto uno scontro territoriale, bensì una contrapposizione tra differenti categorie di percettori di reddito, dei quali solo alcuni hanno rilevante potere politico. Del resto, è bastata una piccola sollevazione di scudi della Confindustria per togliere ogni velleità di equità a tale manovra economica, con la cancellazione della stretta fiscale prevista per le imprese. Tale ritirata del governo ha ovviamente più che soddisfatto la Marcegaglia che, nel corso dell’Assemblea Generale di Confindustria, ha affermato che “gli industriali sostengono la manovra economica del governo”, precisando, qualche giorno dopo, nel corso dell’Assemblea degli industriali a Reggio Emilia, che le istanze della Confindustria erano state completamente accolte dal governo. Il problema è che quindi si toglie sempre agli stessi. Costoro avrebbero pertanto tutte le ragioni per rispolverare quell’indimenticato (e tagliente) strumento di democrazia “sociale” che nostalgicamente ricordano i libri di storia a proposito della Rivoluzione Francese. Del resto, il termine costoro di cui alla frase precedente, non è solamente riferito ai lavoratori pubblici, bensì a tutti quelli che fanno dell’onestà un valore e che combattono affinché il paese in cui vivono possa essere migliore.

E’ evidente come tra questi siano rappresentate tutte le categorie lavorative. E’ però altrettanto evidente che molti lavoratoti autonomi fanno dell’evasione un vero e proprio stile di vita. Ebbene, l’evasione fiscale è uno dei peggiori mali della società italiana. Questa calamità tutta italiana, insieme agli sprechi ed ai privilegi di pochi, alla sperequazione nei redditi e nella tassazione, alla socializzazione delle perdite con privatizzazione dei profitti, rappresentano fenomeni di gravità assoluta che minano le basi dello Stato, della società e dei singoli esseri umani.

A fronte di ciò non si è assistiti a nessuna reazione dei diretti interessati. Tutto tace. I nostri governanti penseranno: anche questa legnata è passata. Ma quale sarà il limite massimo di sopportazione? Ai posteri l’ardua sentenza..