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La bizzarra storia di Pietro, ragazzo dei giorni nostri, lontano parente di Peter Schlemihl

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Era decisamente una di quelle giornate nere, in cui nulla va per il verso giusto. Pietro camminava triste e stanco nella nebbiolina autunnale del tardo pomeriggio, squarciata a tratti dai fari delle auto, che gli sfrecciavano accanto indifferenti.

Quella mattina, all’università, nonostante i suoi grandi sforzi, non aveva ottenuto i risultati sperati e nel pomeriggio, presso il giornale dove lavorava, lo avevano rimproverato per dei piccoli errori, e non solo il direttore ma anche l’ultimo degli scribacchini lo aveva trattato con sufficienza. Lo consolava solo il pensiero di incontrarsi con Marta, una ragazza che conosceva da tempo, la quale era sempre molto gentile con lui. Quella sera sarebbero andati a fare due chiacchiere in un bar, tanto per lasciarsi alle spalle lo stress della giornata. Pietro, tuttavia, voleva parlarle dei suoi sentimenti per lei, e invitarla ad uscire, magari a cena. Per molti giorni aveva rimandato ma ora ne aveva abbastanza: avrebbe davvero sotterrato il suo orgoglio se, dopo tutte le delusioni e i bocconi amari della giornata, non avesse trovato il coraggio di parlare chiaro almeno a lei.

Raggiunse il piccolo caffè al quale erano soliti incontrarsi. Pochi istanti dopo arrivò anche Marta, la quale, sorridente, lo salutò con affetto. Alla domanda su come fosse andata la giornata Pietro sfoggiò un entusiastico “benone”, senza neanche tradirsi più di tanto: era ormai, infatti, talmente abituato a fare bel viso a cattivo gioco che le menzogne erano, per lui, null’altro che una prassi e, forse, se lo avessero pagato per raccontarle, avrebbe davvero fatto i soldi. A lei Pietro non chiese come era andata: dal suo viso raggiante anche una pietra avrebbe capito che a lei tutto andava sempre a gonfie vele.

Iniziarono a bere una tazza di tè. Pietro la guardava, e intanto aspettava il momento opportuno per iniziare il discorso che già diverse volte aveva ripetuto nella sua mente. Quando si accorse che si stava facendo tardi, prese fiato e cominciò a parlare: “Sai.. mi fa davvero molto piacere bere qualcosa insieme a te, dopo queste tristi giornate autunnali..”

Lei sorrise: “Certo, Pietro. Anche a me!”

Lui continuò: “dunque mi chiedevo se ti facesse piacere, una di queste sere, se andassimo a cena in qualche posto. Ne conosco uno dove mi sono trovato davvero bene, tempo fa”.

Lei sorrise un po’ stancamente: “Ecco, che dire..si..direi che in futuro si può fare”.

Pietro colse la voluta elusività della risposta: se continuava su quella strada non avrebbe ottenuto nulla. Prese coraggio; doveva essere più diretto: “ecco..mi farebbe piacere se uscissimo insieme, perché, già da molto tempo, provo per te un certo interesse..anzi, molto interesse e..mi piacerebbe tentare di trasformare la nostra bella amicizia in qualcosa di più”.

Marta era chiaramente imbarazzata ma Pietro lo era ancora di più. Tentò comunque di guardarla con occhi dolci ma decisi e lei, dopo alcuni istanti che a Pietro parvero intere giornate, riprese a parlare: “Vedi.. ti sembrerà una risposta scontata ma io ti considero soltanto un amico, un prezioso amico, e anche se volessi accettare il tuo gentile invito a cena..ecco..non potrei..sono già impegnata..anzi, a momenti lui dovrebbe essere qui”.

Pietro si sentiva stordito ma non ancora dispiaciuto: la delusione arriva solo dopo un periodo di disorientamento e uno successivo di rabbia, tutte cose, queste, che Pietro ben sapeva, avendole apprese per esperienza personale. Cercò quindi, non si sa con che risultato, di fingersi poco dispiaciuto e anzi addirittura contento per la situazione sentimentale dell’amica e, mentre si scambiavano, un po’ impacciati, frasi fatte, una macchina nera di grossa cilindrata arrivò rumorosa davanti al caffè, sputando, dal doppio scarico, nuvole di fumo biancastro. Marta accennò un sorriso, salutò Pietro e uscì veloce. Il giovane, non ancora riavutosi dal trauma del rifiuto, netto e inappellabile, dovette incassare subito un altro duro colpo: l’elegante guidatore dell’elegante auto, che faceva elegantemente finta di non vederlo, altri non era che l’antipatico (elegantemente antipatico) direttore, quello che rendeva ancor più amare le sue giornate. Pietro, che ormai era uscito anch’egli dal caffè, osservò l’auto che, allontanandosi, lasciava dietro una striscia bianca di vapore, che egli si dilettò a dissipare attraversandola.

Si era fatto ormai piuttosto tardi ed egli sentiva di averne passate abbastanza per quel giorno così si incamminò verso casa, immerso nella nebbia che si faceva più intensa e nell’olezzo dei gas di scarico delle vetture di chi usciva dal lavoro.

Passeggiare lo aiutava a distendere i nervi ma quel giorno era davvero molto triste per lui e, superato lo stordimento e la successiva rabbia, si ritrovò, ormai quasi a casa, a camminare in uno stato di torpore.

Improvvisamente si accorse di essere in una via ignota, dove la nebbia era così spessa che i lampioni stradali non si intravedevano nemmeno. Come poteva essersi perso in quella zona della città che conosceva come il palmo della sua mano? In mezzo alla nebbia, appoggiato elegantemente a una fuoriserie nuova di zecca, stava un uomo vestito in maniera costosa, abbronzato e pettinato alla perfezione, con una camicia talmente impeccabile da sembrare incollata al corpo. Poteva ricordare in qualche maniera il direttore del giornale ma era ancora più curato, più elegante e, di certo, molto più ricco. Accorgendosi che anche il misterioso individuo lo osservava, Pietro distolse lo sguardo e si apprestò a passare oltre. Tuttavia, quando i due furono vicini, Pietro si sentì correre sulla schiena un brivido strano. Non fece in tempo ad allontanarsi che l’individuo lo chiamò, affabilmente, per nome, come se si conoscessero da tempo.

“Scusi?” rispose Pietro.

“Pietro” ripeté questi, “amico, ti sei scordato di me?”

Pietro, guardando l’uomo negli occhi, si accorse in effetti di una certa aria di familiarità, che tuttavia non lo rendeva meno inquietante: anzi, da tutta la sua persona, sembrava emanare una sorta di energia che disturbava Pietro, lo disorientava. Forse era solo stanco. Tuttavia raccolse le forze e disse: “mi sembra, in effetti, di averla già vista ma ancora non ricordo il momento e il luogo del nostro precedente incontro..”

L’uomo elegante lo guardò sorridendo: “che importa, che importa! I momenti, in fin dei conti, sono tutti uguali, il tempo è solo un’illusione con la quale si vorrebbe tenere distante la morte, e i luoghi, invece, cambiano, ma in fin dei conti sono tutti uguali anche quelli”.

Pietro era spiazzato: cosa ci faceva un signore elegante, ricco e bello in mezzo alla strada, nel freddo e nel buio e, soprattutto, perché sembrava così desideroso di parlare con lui, di rinsaldare una vecchia, quanto blanda, conoscenza?

Le sue riflessioni vennero interrotte dalla voce del bizzarro individuo: “Eh si..in qualsiasi luogo e in qualsiasi tempo, in fin dei conti, gli uomini non fanno altro che sopraffarsi: ognuno cerca di ottenere di più e di superare gli altri: alla fine, il migliore è proprio colui che supera tutti e non si lascia sopraffare”.

Pietro non si sentiva per nulla a suo agio, avrebbe voluto solamente voltarsi di scatto e correre verso casa: ma dov’era la strada di casa? La nebbia era diventata ormai un muro.

“Sai qual è il mezzo per avere sempre la meglio, oggi?” continuò l’odioso interlocutore, “sai qual è l’arma con la quale potresti ottenere Marta e mettere in ridicolo il direttore?”

Pietro era allibito: “Come fa lei a sapere queste cose? Come si permette?!”

L’uomo elegante rise con falsa benevolenza: “Via, via, bando alle ciance: io ti capisco e ti voglio aiutare”.

Pietro era perplesso. L’uomo continuò: “voglio regalarti l’unica cosa che rende felici, grazie alla quale ogni porta si apre”.

Il giovane universitario lo guardava diffidente: “cosa sarebbe? Una sorta di chiave?”    

L’interlocutore rise: “Certo, possiamo definirla così: ora ti mostro l’articolo” e così dicendo aprì lo sportello della vettura e prese un’elegante tracolla, ovviamente griffata.

“Quindi?” chiese Pietro spiazzato.

L’uomo lo guardò in maniera eloquente, profonda, e cominciò ad estrarre banconote di grosso taglio gettandole a terra a mazzette, tanto da creare una piccola montagnola che arrivava fino alle ginocchia. Pietro era fuori di sé dallo stupore. “Con questa borsa” disse suadente l’uomo “puoi avere tutto il denaro che vuoi: dentro ci sono contanti, assegni, carte di credito”.

A Pietro si era seccata la lingua in bocca. “ma chi è lei, un trafficante?” chiese sconvolto il giovane, “o forse uno stregone?”

L’uomo rise di gusto: “già, dimenticavo che al giorno d’oggi bisogna per forza avere una professione! O per lo meno dire di averla! Si può essere anche assassini, depravati e truffatori, l’importante è essere presentabili, dire a Tizio e a Caio di essere agenti di borsa, agenti immobiliari, banchieri, liberi professionisti, imprenditori, e altre fandonie di questo genere”.

Pietro l’osservava senza sapere che fare e l’uomo continuò a parlare: “possiamo dunque dire che io sono un commerciante; un onesto e serio commerciante e, come commerciante, le propongo un affare: questa borsa magica griffata in cambio della sua ombra”. In quel mentre i fari dell’auto si accesero da soli, proiettando un violento raggio di luce, che metteva in evidenza l’ombra del giovane sull’asfalto. Pietro stava per dare del folle al bizzarro commerciante, quando, improvvisamente, si ricordò di aver letto, tempo addietro, una storia simile a quella che ora stava capitando a lui: il protagonista di quella storia era andato incontro ai più gravi problemi a causa dell’assenza della sua ombra. Era stato trattato come un reietto e costretto a vivere come un eremita. Pietro rifletté bene sulla situazione e arrivò a concludere che, oggi, a nessuno sarebbe importato qualcosa dell’ombra: sarebbe stato sufficiente avere una bella auto e un bel vestito e nessuno avrebbe fatto caso a una misera, insignificante ombra.

“Va bene. Accetto” disse Pietro.

“Bene, giovanotto!” rispose allegro il mercante “lei ha fatto la scelta giusta, ha capito come vanno le cose a questo mondo!”

Pietro si sentiva inquieto ma era convinto di fare la cosa giusta.

“Dovrebbe solo essere così gentile da firmare qui” e così dicendo il venditore estrasse di tasca un foglio e lo porse a Pietro.

“Sangue?” chiese il giovane.

“Ahah! No, i tempi son cambiati, va benissimo una biro rossa! Ecco, tenga” e così dicendo mise in mano a Pietro una bella Montblanc, nuova di pacca. Pietro firmò e, in quel momento, il volto dell’affarista si contrasse in un sorriso beffardo.

“Ora credo lei debba riavvolgere l’ombra e mettersela in tasca, giusto?” chiese Pietro.    

L’interlocutore, per l’ennesima volta, rise: “Vedo che lei ha già capito perfettamente chi sono eh? Ragazzi svegli del giorno d’oggi! Non vi si può nascondere proprio nulla! Comunque ormai la sottrazione dell’ombra è automatica: neanche più il piacere di riavvolgerla, lasciando stupite e spaventate le persone. Addio alla parte più divertente!”

Pietro si accorse che, effettivamente, la sua ombra non c’era più.

“Senta” disse il giovane “caro signor S..” ma qui fu interrotto dal suo interlocutore: “bando ai titoli! Sono solo un buon lavoratore, un libero professionista!”

Pietro riprese: “Bene, caro, rispettabile libero professionista, essendo io piuttosto raffreddato e non avendo opposto resistenze al suo tentativo di sottrarmi l’ombra, le dispiacerebbe essere così gentile da lasciarmi anche la sua bella auto, oltre al borsello, per permettermi un felice ritorno a casa senza malanni?”

L’interlocutore sorrise: “Eheh, ne sa una più del..” qui si interruppe, poi continuò “certamente, nessun problema! Per un buon cliente questo ed altro! La saluto” e, così dicendo, salì a bordo di un’altra auto di grossa cilindrata, parcheggiata sull’altro lato della strada, che sembrava apparsa dal nulla, e sfrecciò via veloce, con fragoroso rombo di motore. Pietro cercò di sentire l’odore dello zolfo ma solo un normalissimo odore di benzina stagnava nell’aria.

Il giovane salì a bordo dell’auto e appoggiò sul sedile il prezioso borsello. Restò fermo per una mezz’ora, per riprendersi e assicurarsi di non essere nel bel mezzo di un sogno incredibile. Ancora piuttosto stordito accese la vettura, che era una di quelle che neanche lavorando al giornale per duecento anni avrebbe potuto permettersi, e cominciò a girare senza meta per la città. A un certo punto rallentò, preoccupato dai consumi di un bolide come quello, poi però si ricordò della magica tracolla griffata, rise a squarciagola e affondò il piede sull’acceleratore.

Dopo almeno un’ora di vagabondaggio notò, davanti a un ristorante di lusso, l’auto del direttore. Parcheggiò la sua vicino ed entrò nel ristorante. Marta e l’odioso fidanzato erano seduti a consumare la loro raffinata cena in intimità. Pietro finse di non vederli ma notò il loro sguardo perplesso. Per attirare la loro attenzione cominciò a distribuire mance esorbitanti ai camerieri, mance che neanche il direttore avrebbe potuto lontanamente permettersi. Fu quindi accompagnato al tavolo da una schiera di camerieri prostrati quasi fino al suolo, che letteralmente lo veneravano.    

Una volta seduto ordinò con noncuranza i piatti più costosi, continuando a distribuire mance incredibili. L’attenzione di tutti era su di lui. Il proprietario in persona venne a ringraziarlo, prostrandosi anch’egli fino a terra ed esprimendo l’enorme soddisfazione per “la scelta dell’illustre signore”, un illustre signore, pensò Pietro, che fino a un’ora prima era solo un giovane povero e sfortunato.

Il direttore non provò neanche a competere, semplicemente si rabbuiò, e al momento di pagare la sua disperazione toccò l’apice allorché venne informato che “quell’illustre e generoso signore ha offerto a tutti la cena, per questa sera, e porge i suoi omaggi alla signora e, questo ha pregato che lo riferissi, alla signora soltanto”.

Il giorno seguente Pietro si recò all’università con il suo bolide e vestito in maniera sfarzosa. Tutti diventarono improvvisamente simpatici e disponibili. Persino i docenti iniziarono a mostrare un occhio di riguardo nei suoi confronti. Alle domande che alcuni gli fecero in merito alla sua improvvisa ricchezza, egli rispondeva che si era trattato di una vincita, altre volte di un’eredità inaspettata, altre ancora di un lavoro molto remunerativo. Tutti, comunque, brancolavano nel buio.     

Nel pomeriggio si recò al giornale e, senza neppure guardare il direttore e i colleghi, si diresse dal proprietario ed entrò con arroganza, senza bussare, nel suo studio.

“Come..come si permette? Cosa vuole? Non si usa più bussare?!”

“Senta”, disse Pietro, “non ho molto tempo da perdere con piccolezze come queste: sono intenzionato ad acquistare il giornale, faccia lei un prezzo”.

“Lei, signor… non ricordo il suo nome..”

“Signor Pietro..presto si ricorderà di me, ho intenzione di portare avanti una serie di attività qui in città”.

“Lei sta scherzando! Lei non ha un soldo!”

“Senta, mi sta facendo perdere quel poco di pazienza che mi rimane. Dica un prezzo!”

Il proprietario lo guardò con aria furba. “Eh va bene, sto al gioco” e pronunciò una cifra esorbitante per qualsiasi giornale.

“Bene” disse Pietro “ecco a lei, so che non si fiderebbe di un assegno, per cui le fornisco subito in contanti la cifra pattuita” e cominciò a buttare sulla scrivania denaro su denaro, fino a quando il pallido e sudato volto del proprietario della testata scomparve dietro le banconote. Dovette bere alcuni bicchieri d’acqua e tergersi la fronte più volte prima di essere in grado di firmare il contratto di compravendita e andarsene, salutando ossequiosamente il nuovo proprietario.

Subito dopo Pietro raggiunse gli uffici e licenziò il direttore insieme a tutti i colleghi.

Nei giorni seguenti assunse altre persone e poi si disinteressò completamente del giornale.    

Successivamente acquistò altre attività, nonché case di lusso, terreni, auto e molto, molto altro. I giornali elogiavano ogni giorno la sua “attività imprenditoriale” e alcuni titoli lo definirono addirittura il “paladino del risveglio economico della città”.

Per essere maggiormente apprezzato e innalzarsi al di sopra di ogni sospetto, Pietro iniziò a donare in beneficenza enormi somme di denaro. Tutti allora elogiarono il suo altruismo, il suo disinteresse. Ogni persona, per strada, lo guardava con ammirazione e con invidia.

Un giorno Marta, vedendolo in giro, lo raggiunse e gli disse di aver commesso un grosso errore, tempo addietro, quando aveva rifiutato la sua proposta. Disse di non essere stata in grado di valutarlo nella giusta luce e di essere impaziente di riallacciare con lui rapporti più stretti. Sulla parola “rapporti” lo guardò con aria allusiva, ammiccante. Una punta di tristezza trafisse il cuore di Pietro, il quale, però, non resistette al fascino della ragazza. I due finirono per fidanzarsi e Marta iniziò a darsi arie di ogni genere con le amiche.

Nonostante il suo fidanzamento, Pietro era ormai circondato da troppe donne per stare con una soltanto. Quando camminava per strada bastava uno sguardo o una parola gentile per far crollare ai suoi piedi qualunque donna e, quando sfrecciava sui suoi bolidi, bastava fermarsi e aprire lo sportello perché l’auto si riempisse di ragazze carine. Insomma, tutti, ora, lo apprezzavano. Lui era un “gran lavoratore”, “un brillante imprenditore”, “un uomo di grande genio”, “un grandioso benefattore”, “un uomo colto e raffinato” e molto altro ancora: poteva, insomma, essere chi voleva. Tutti sarebbero stati ben contenti di riconoscerlo sotto qualsiasi luce e di anteporre al suo nome qualsiasi titolo. Tanto per divertimento cominciò a firmarsi “Conte Pietro..” e, per tutti, da quel momento, senza alcuna obiezione, egli divenne, sotto ogni aspetto, un conte, anzi, uno dei più nobili discendenti di un’antica casata di eroi e benefattori.

Come Pietro aveva previsto, nessuno si era accorto, nel frattempo, dell’assenza della sua ombra. Tutti guardavano il suo borsello che vomitava denaro, le sue auto, le sue case, i suoi vestiti: a nessuno importava nulla dell’ombra. Essa è, anzi, quasi un impedimento, un’imperfezione, nella società odierna, dove tutto deve essere luce, chiarezza, trasparenza. Non importa se poi un buio enorme, terrificante, ancestrale, riesce a nascondersi in questa luce. L’importante è che la superficie sia pulita, bianca, presentabile, rispettabile.

Un giorno, tuttavia, capitò che il paladino, il benefattore, l’eroe, il grande conte Pietro camminasse per strada, ormai seguito da un nutrito numero di persone addette alla sua sicurezza, quando un anziano signore, dallo sguardo chiaro e profondo, lo fissò senza soggezione, facendogli notare l’anomalia che lo caratterizzava: l’assenza dell’ombra.

Pietro, un po’ seccato, rispose con noncuranza che, talvolta, fenomeni simili accadono.

Il vecchio, senza scomporsi, rispose: “No, signore. Non accadono. Stia attento. L’insidia si nasconde nel piccolo, nel privato, nell’inaspettato. Stia attento, caro, povero, ragazzo”.

Le parole del vecchio colpirono il giovane Pietro nel cuore e, senza sapere il perché, quando giunse a casa, egli pianse a lungo.

Alcuni giorni dopo, tuttavia, egli mandò alcune persone di fiducia nelle principali sedi universitarie e società scientifiche e, in cambio di ingenti somme di denaro, di cui questi enti avevano bisogno, riuscì a far pubblicare, sulle più importanti riviste scientifiche, la falsa notizia di una grande scoperta, la quale permetteva di affermare che, in particolari situazioni, l’ombra di un oggetto colpito dalla luce può diventare invisibile. Acquistò quindi le varie riviste e, con questa manovra, si procurò un’arma per controbattere, carte alla mano, a ogni tentativo di scandalo.

Un suo amico scrittore, anch’egli accortosi della sua piccola anomalia, si dichiarò addirittura geloso e sottolineò gli enormi vantaggi che avrebbe potuto ottenere se anche lui fosse stato privo di ombra: in particolare, sostenne, avrebbe potuto scrivere senza problemi anche quando la luce era dietro di lui.

Insomma, le cose, per Pietro, scusate, per il conte Pietro, andavano a gonfie vele, e la mancanza dell’ombra non comportava alcun problema pratico o sociale. I giorni scorrevano dunque veloci, tra feste, viaggi, iniziative, acquisti. Nessuno ormai ricordava il tempo lontano in cui egli era un giovane studente inesperto e squattrinato, che si guadagnava qualche spicciolo lavorando malvolentieri in un piccolo giornale. Egli, se a tratti sembrava vergognarsi di quei tempi lontani, in cui faceva le sue prime esperienze nel mondo, in altri li ricordava con una punta di strana nostalgia, come se avesse, da allora, perso qualcosa. Certe volte pensava alla stranezza del fatto che, solo grazie a una borsa che sputava denaro, egli si fosse trasformato, da studente povero in canna, in grande imprenditore, benefattore, genio e molto altro ancora. L’enorme quantità di denaro aveva deformato completamente la realtà.

Da lungo tempo nessuno si chiedeva più da dove arrivassero tutti quei soldi: erano tutti troppo impegnati ad aggiudicarsi la loro fetta di torta. E vi era in abbondanza per tutti: anche i nemici di un tempo, adulandolo e umiliandosi, se necessario, davanti a lui, avevano ottenuto qualcosa.

Un giorno, quando Pietro cominciava ormai ad essere avanti con gli anni e più stanco, nonché piuttosto disinteressato verso la vita, dalla quale aveva avuto ogni cosa, cominciò a tormentarsi con certi pensieri bizzarri. Bisogna sottolineare che, nonostante tutto, egli era solo: le persone che lo avevano sempre circondato avevano ormai ottenuto talmente tanto denaro da essersene tutte andate a vivere altrove e, anche le poche che rimanevano, non avevano più bisogno di lui. Anche Marta, ricca sfondata, si era concessa il lusso di abbandonarlo per un giovane.

Una sera, davanti al caminetto di una delle sue vuote e desolate case, mentre fuori la bufera sembrava voler entrare nella sala e, come un demone, porre fine alle sue sofferenze, gli tornarono in mente, come flash, i ricordi di quella giornata di tanti, tanti anni prima: che bello tentare e fallire, facendo affidamento soltanto sulle proprie forze. Egli, ormai anziano, era circondato da onori di ogni genere: epiteti altisonanti e pomposi lo raggiungevano a bizzeffe, tutti i giorni, provenienti dalle più disparate associazioni, nonché da autorità politiche e personaggi celebri. Ma tutto era vuoto, senza sapore, come se tutto fosse stato, sempre, solo una farsa grottesca. Doveva essere il momento della vita, quello in cui si trovava, nel quale ci si guarda alle spalle e si prova orgoglio per i propri meriti o disgusto per i propri errori, questo immaginava Pietro: lui invece provava un disgusto ancor più profondo, il disgusto che si prova quando non si può neanche rivendicare degli errori fatti in buona fede, cercando di seguire il Bene. Lui sapeva benissimo, ora, di seguire il Male. Non poteva nemmeno punirsi sfruttando il giusto biasimo, anzi, l’odio e il disprezzo che tutti avrebbero dovuto rovesciargli addosso: era, infatti, quasi un santo, e questa era la punizione peggiore che quel Dio che sembrava averlo abbandonato aveva tenuto in serbo per lui. Come sarebbe stato bello poter ritornare indietro e farcela con le proprie forze!

Il giorno seguente, sempre avvolto in una cupa cappa di tristezza, Pietro viaggiava a bordo di una delle sue lussuose auto, diretto a un convegno che aveva finanziato e al quale non sarebbe stato cortese mancare, anche se da tempo, ormai, impegni di questo genere, quasi sempre, erano assolti dai suoi zelanti delegati, affamati di denaro.

Mentre, dunque, sfrecciava sulla strada nel crepuscolo del mattino, un’auto, anche questa di grossa cilindrata, gli si avvicinò velocemente: egli, quasi spaventato dalla rapidità quasi irreale con cui si muoveva, affondò il piede sull’acceleratore ma l’ignota auto, senza problemi, lo affiancò, e Pietro, nell’osservare il conducente, rimase pietrificato: era colui dal quale tutti i suoi problemi erano nati. Vestito all’ultima moda e giovane come quarant’anni prima, il bell’imbusto lo invitò cortesemente ad accostare.

Scesero entrambi dalla macchina. Lui era impeccabile, splendente, come la prima volta che lo aveva incontrato, nelle nebbie delle vie vicine alla sua cara casetta di un tempo. Tuttavia Pietro, che allora aveva provato, mista all’inquietudine per il malvagio soggetto, anche una buona dose di ammirazione, ora provava solo un tremendo, nauseante disgusto. L’elegante, odioso giovane sorrideva. Pietro lo guardava torvo.

“Ci si incontra di nuovo, eccellenza!” esclamò falsamente servizievole la vecchia conoscenza.

“A quanto pare si” replicò freddo Pietro.

“Lo so. Lei non è allegro in questi giorni. Sta invecchiando e quindi si pone troppe domande e si chiede tante cose che farebbe meglio a non chiedersi”.

Pietro lo fissò duramente e disse: “Questi sono problemi che riguardano me soltanto. Nessuno mi obbligò a firmare quel contratto. È stato un errore enorme ma ormai è stato commesso: la mia vita volge lentamente al termine”.

“Quanto pessimismo! Vuole tornare sui suoi passi e provare a vivere solo con le sue forze? Va bene! Lei mi cede una cosa e io, in cambio, le restituisco il tempo trascorso, la riporto immediatamente a quel giorno lontano, in cui, triste e sconsolato, si dirigeva verso casa. Non ricorderà nulla dell’accaduto”.

Pietro lacrimava dal desiderio: “Cosa sarebbe, di grazia, ciò che lei desidera?” Pietro temeva di conoscere già la risposta.

“Ovviamente la sua anima, caro signor conte” e continuò, “questa volta, forse, è meglio il sangue; non voglio aver problemi burocratici” e, così dicendo, con una velocità impressionante, graffiò la mano di Pietro facendo uscire qualche goccia di sangue.

“Mi dispiace” disse Pietro “ma non accetto”.

“Lei è solo un testardo! Forza, firmi! Lei lo desidera!”

“Niente da fare”.

“Lei sa che io potrei tranquillamente staccarle la testa dal collo senza che lei abbia il tempo di accorgersene?”

Pietro non sembrava spaventato: “Prego, allora”.

L’uomo parve riflettere, poi sorridendo disse: “No, la manderei dritta dalla concorrenza”.

Pietro non disse nulla, quindi fu il suo interlocutore a continuare: “la sua anima per poter vivere nuovamente la sua vita ma in maniera diversa! Un vero affare!”

Pietro fece con il capo un secco cenno di dissenso. La vecchia conoscenza rise allora in maniera feroce e il suo volto divenne per un attimo orribile, poi tornò subito piacevole e regolare: “bene, allora la lascio al suo triste destino”. Così dicendo salì in auto e scomparve alla vista a velocità vertiginosa, lasciando dietro di se nuvole di gas di scarico.

Pietro aveva di fronte a se, in questo l’antipatico tentatore aveva ragione, un destino ben triste.

Ormai gli onori e il denaro non meritati lo nauseavano soltanto, per cui, alcuni giorni dopo, lasciò ogni cosa a enti di beneficenza e si recò a vivere da eremita nel fitto di un bosco, dedicandosi allo studio, ovviamente dopo aver gettato nelle fiamme l’odiato borsello. Fra le varie cose scrisse, immerso nella tranquillità del sottobosco, la sua storia, narrando le incredibili avventure capitategli e mettendo così in guardia le persone che lessero questo suo scritto, anche se molti pensano tuttora che, in realtà, Pietro non abbia realmente vissuto queste peripezie o addirittura non sia mai esistito e la sua storia sia solamente una sorta di allegoria. Comunque sia, Pietro, a quanto pare, vive ancora nei boschi, nutrendosi dei prodotti della terra e delle offerte di coloro che lo incontrano. Sembra che, di tanto in tanto, si rechi anche nelle città, per mettere in guardia le persone che hanno commesso il suo stesso errore e coloro che potrebbero commetterlo, le quali, di solito, lo allontanano bruscamente o lo ignorano con indifferenza.