Negli odierni scenari globalizzanti, dominati da un progresso tecnologico/scientifico inarrestabile, certe realtà o strutture ideologiche sembrano resistere antiteticamente alle trasformazioni del tempo. Mi riferisco alla vita nei paesi, “microcosmi” singolarmente distinti: dal frequente impiego del dialetto nelle conversazioni, da relazioni strette tra gli abitanti, da pettegolezzi, da un forte senso religioso e spirito di campanilismo. Civiltà in cui legami dei singoli sono costruiti e mantenuti attraverso quei principi di “solidarietà meccanica”, presi in esame ed approfonditi dalle ricerche del sociologo Emile Durkheim¹ relative a circa due secoli fa. Lo iato tuttora esistente tra lo stile provinciale e quello metropolitano, porta a concordare con queste dichiarazioni di Cesare Pavese² espresse nella lirica “I Mari del Sud”:“La vita va vissuta lontano dal paese: si profitta, si gode e poi, quando si torna,come me a quarant’anni, si trova tutto nuovo.” L’autore, che qui riporta alcune considerazioni espresse dal cugino, così prosegue; ”..Tutto questo mi ha detto e non parla italiano, ma adopera lento il dialetto, che, come le pietre di questo stesso colle, è scabro, tanto che vent’anni di idiomi e di oceani diversi non l’hanno scalfito”. Queste parole proiettano il nostro immaginario su ritratti di vita provinciale trasmessi a noi dal passato con inossidabile ostinazione (ed orgoglio) e, contemporaneamente, ci riportano al presente, ai recenti dibattiti politici su dialetto e religione. Ritorno al dialetto e presenza del crocefisso rappresentano, in tale chiave di lettura, tentativi di riscoprire e riapprezzare le nostre radici difendendole dall’oblio del tempo e dal pericolo di possibili commistioni con il “nuovo”, “lo “straniero”, il “diverso”. Come è possibile negare il senso di immediatezza e, a volte, di poesia, che si crea con l’impiego del dialetto?
Si pensi alla bellissima “Creuza de ma” in cui Fabrizio De Andrè, secondo le parole rilasciate in un’intervista, dice di aver utilizzato “..la lingua del mare, un esperanto dove le parole hanno Il ritmo della voga, del marinaio che tira le reti e spinge sui remi. “
E che dire della stupenda “Aria Siciliana” cantata da Franco Battiato e Giuni Russo in cui la descrizione di una calda giornata di scirocco è resa molto bene dall’utilizzo del dialetto siciliano. Le ripetizioni anaforiche del verso “Ah! Ah! ‘A stissa aria” suggeriscono il movimento del vento e l’allitterazione “sintennu sbrizzi d’acqua di funtana” sembra riprodurre anche la sensazione fisica, oltre che fonica, degli spruzzi d’acqua che creano sollievo al caldo. E , ancora, la toccante “Tera e aqua” scritta da Gigi Fossati nel 1961 relativa al tema della civiltà polesana. Anche in questa lirica la ripetizione anaforica accompagnata dall’uso del chiasmo nella strofa iniziale “Tera e aqua, aqua e tera” apre alla nostra memoria squarci di una civiltà contadina fondata sulla fatica fisica del lavoro. Un ciclo vitale che si propone sempre uguale a se stesso, fino alla morte: “ po se crepa e..bonasera; bonasera”.
Il vernacolo è immediatezza, è poesia, e bellezza intraducibile. Il suo mero utilizzo, però, da solo non basta ad esprimere il senso di una cultura. Nel caleidoscopico affresco di una civiltà il dialetto rappresenta solo una sfaccettatura.
Si potrebbe partire da qui e poi spaziare su obiettivi più ampi: le relazioni sociali, gli usi, i costumi. La consultazione di archivi storici, studio di famiglie e loro genealogie, e, ancora tradizioni, economia, religione, ecc.. Ma, soprattutto, occorre recuperare la consuetudine del “racconto”, della “narrazione di storie” che creano ponti tra passato e presente rinsaldando, al tempo stesso, legami intergenerazionali. Riscopriamo la bellezza di ascoltare racconti in queste parole di Marco Rossi Doria³ ”Ho voglia di ascoltare le storie di chi insegna a questo mondo, di chi mostra alle persone più piccole il sapere e il fare questo e quello e quell’altro”. Ascoltando storie del passato è possibile emozionarsi, entusiasmarsi o commuoversi. Il coinvolgimento emozionale, però, è un rischio da correre se si intende preservare questa preziosa componente della nostra esistenza. Una considerazione espressa anche dal filosofo Seneca che, nel suo saggio “De brevitate vitae” afferma che “il passato, rispetto all'incerto futuro e al fuggevole e quasi inafferrabile presente, ha il vantaggio di costituire un'acquisizione definitiva ed immutabile”. Ma, aggiunge inoltre, “ il retto rapporto con il passato è possibile solo al sapiente. Gli uomini stolti, sempre affaccendati in occupazioni inutili e insensate, non hanno né tempo né voglia di rievocare il passato: qualora infatti si fermassero per un istante a riflettere, raccogliendosi in se stessi, si accorgerebbero con terrore di essersi affaticati tanto per non concludere nulla”.
¹“Della divisione del lavoro sociale”- Emile Durkheim - Edizioni di Comunità
²“Lavorare stanca”- Cesare Pavese - Ed. Einaudi
³“Di mesatiere faccio il maestro” - Marco Rossi Doria - Ed L’Ancora del Mediterraneo





