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Il lavoro rende schiavi

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In questi giorni il consumismo sfrenato e triste raggiunge il suo culmine e avvolge maggiormente le strade principali delle città, quelle in cui il Comune decide di allestire le decorazioni natalizie, tralasciando di addobbare le vie secondarie perché poco trafficate. Le vetrine sono luccicanti, i passanti desiderosi di appagare il loro selvaggio materialismo. Però quel che più mi colpisce non è tanto la visione di questo fiume di persone dai sorrisi di plastica e con un’allegria innaturale che imperversa tra i negozi, bensì chi lavora durante questi giorni di festa, quel popolo che silenzioso si da da fare quando tutti oziano, composto da commesse, addetti alla sicurezza dei centri commerciali, magazzinieri, camerieri, cassieri, etc etc.. Penso che molto probabilmente questa nutrita schiera di “lavoratori natalizi”, invisibili e sottopagati, si sarebbe unita al popolo dei consumisti, se ne avesse avuto la possibilità. Ecco, è questo il punto: “se ne avesse avuto la possibilità”.
Il mio pensiero si ferma per qualche istante su di loro, ma subito dopo raggiunge l’intera massa di lavoratori e mi rendo conto che pur godendosi qualche giorno di festa, sono ingabbiati in un vortice composto solo da obblighi, molti doveri e pochissimi diritti.
Questa società ci ha portato a credere che sia doveroso e necessario “lavorare per vivere”, che il lavoro nobiliti l’uomo, che il lavoro ci porti tante soddisfazioni nella vita. Arbeit macht frei…il lavoro rende liberi, questa scritta era posta anche all'ingresso del campo di sterminio di Auschwitz.
Che tipo di libertà ci porta il lavoro? Molti direbbero che il lavoro ti permette di conseguire uno stipendio con cui creare la propria indipendenza, ossia andare a vivere in una casa propria, avere una propria auto, provvedere al proprio fabbisogno alimentare o concedersi piccoli o grandi piaceri, materiali e non.
Ma siamo sicuri che davvero si possa definire libertà tutto questo? Quali diritti naturali ci vengono garantiti e a che prezzo? Vivere e sopravvivere suppongono che i bisogni del corpo e della mente vengano soddisfatti, ma in tutto questo il capitalismo che ruolo ha e come ci favorisce?
Siamo obbligati ad acquistare, a tassare, a pagare. Bisogna pagare il cibo tutti i giorni e dilapidare denaro senza tregua per ogni pasto; bisogna trovare un alloggio e pagare un affitto o le rate di un mutuo trentennale. Paghiamo per i nostri diritti alla salute, alla sepoltura, tasse sulle successioni … perfino morire costa al lavoratore due mesi di stipendio. Bere, mangiare, dormire, tutelare la salute, recuperarla e morire. Diritti che costano la dignità, e spesso la vita, a chi guadagna poco o niente.
Ciò giustifica il mio disprezzo verso i governi soddisfatti di gestire il capitalismo, una delle cause atte a generare un divario sempre più marcato tra le diverse classi sociali.
Invece di lavorare inseguendo le proprie passioni o le proprie attitudini, si finisce per piegarsi alle richieste del mercato, accettando mansioni che non ci piacciono, vittime di sfruttamenti, lavori spesso lontani dalla mole teorica appresa per anni sui libri di scuola o nei corsi universitari, o altri perfino contro la nostra etica.
In cambio di cosa? Solo per sopravvivere.
Ecco allora storie di uomini costretti a rinunciare alla passione per la musica, obbligati a lavorare presso una catena di montaggio o vicino ad una pressa col rischio di recidere le proprie dita alla minima distrazione e non poter più suonare lo strumento che amavano; persone che avrebbero potuto essere dei grandi insegnanti per le generazioni future, e invece si riducono al ruolo di “guardiani di pecore” ed a lottare contro il precariato; poeti e scrittori che aiuterebbero a l’umanità a sognare di più ma costretti a lavori da reietti perché nessuno gli presta la dovuta attenzione; giovani ricchi di idee innovative, destinati a logorarsi dentro un call-center o dentro il grigiore di una fabbrica. Potrei continuare con altri innumerevoli esempi, ma preferisco fermarmi qui.
Per sprecare la propria vita, niente è più pratico di una sottomissione del corpo a un lavoro ripetuto continuamente.
Andrè Gorz, spesso ricordato solo per essersi suicidato insieme con sua moglie Dorine, afflitta da una grave malattia, propose una teoria sulla rivoluzione del lavoro che andrebbe rispolverata ed applicata grazie al progresso raggiunto nel corso degli anni.  Lavorare meno, meglio e in altro modo, separare reddito e quantità di lavoro, tutto ciò allo scopo di realizzare un’economia messa al servizio degli uomini e della loro liberazione, della loro riappropriazione di sé.
La routine nella quale ci stiamo facendo inglobare ha domato perfino la nostra capacità di indignarci di fronte alle prevaricazioni che subiamo continuamente, annullando quelle forze che, se ben indirizzate, potrebbero cambiare il corso degli eventi, prospettare una visione della vita completamente diversa dall’attuale. Vivere dovrebbe significare fare un lavoro che ci piace e al contempo utile per la società, avere tempo per soddisfare i nostri piaceri, le nostre necessità, le nostre passioni e vivere senza limitazioni i momenti di gioia insieme alle persone che amiamo.  
Non è utopia, tutto ciò sarebbe realizzabile attraverso uno Stato garante di quei diritti naturali i quali adesso sono privi di considerazione, a causa di teorie economiche capitalistiche che privilegiano l’interesse di pochi a danno di molti, con la conseguente adorazione del dio denaro. Viene preservata la legge del più forte, come se vivessimo in una giungla senza regole, in cui il più potente, il più furbo, il più ricco, finisce per schiacciare il più povero e sottomesso, senza alcun rispetto per i diritti umani e per il concetto di democrazia, ovvero quell’orientamento politico che dovrebbe garantire la salvaguardia e il benessere di tutti, minoranze comprese; una parola dalle origini greche il cui senso reale resta ancora dormiente.
Il ribelle, colui capace di alzarsi e reagire ai soprusi, dove è finito? Urge al più presto la sua presenza per infondere dosi di sana indignazione ai pazienti anestetizzati ed assopiti.