In un articolo pubblicato sul “Corriere della Sera” pochi giorni prima della morte, Pier Paolo Pasolini lancia due proposte provocatorie per eliminare la criminalità in Italia: l’abolizione immediata della scuola dell’obbligo e della televisione. “È’ stata la televisione“ - scrive Pasolini - “ che ha, praticamente (essa non è che un mezzo) concluso l’era della pietà, e iniziato l’era dell’edonè.”
Secondo l’autore, questo moderno mezzo di comunicazione, esportando su larga scala il modello della società dei consumi, avrebbe contribuito a cancellare ogni traccia di cultura irrazionale, arcaica, mitica, religiosa, conservatasi immutata nei secoli all’interno delle classi sociali più umili.
L’opera di omogeneizzazione culturale sarebbe stata poi completata dalla scuola dell’obbligo considerata “iniziatrice alla qualità di vita piccolo borghese”.*
A più di trent’anni da queste affermazioni è d’obbligo riflettere sull’attualità di queste asserzioni. Possiamo definire la televisione un mezzo di massa informativo o disinformativo?
E come qualificarlo in termini di cultura: educante o diseducante?
La risposta è data dalla televisione stessa.
Un recente sondaggio mediatico ci informa sulle preferenze lavorative dei nostri giovanissimi che si identificano culturalmente con “calciatori” e “veline” e sognano di “sfondare” così nel “Grande Schermo”.
La mutata scena del mondo ci porta a modificare consolidati e vecchi luoghi mentali come
l’antico detto di Mussolini che classificava gli Italiani “ Un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi di navigatori”.
Ora sarebbe più opportuno parlare di “ Un popolo di calciatori, veline,di omo e di trans,di escort e di politici cabarettisti”.
E che dire dell’odierna standardizzazione dei format proposti (o imposti?) al pubblico?
Lo spettatore, culturalmente connotato come “voyeur “, è proiettato su finti scenari di vita comune dove i protagonisti, incapaci di dialogare, si insultano gridando per fare audience.
Poche le proposte culturalmente accattivanti: qualche programma di satira politica, spesso trasmesso in seconda serata, lettura di quotidiani a confronto, durante le prime ore del mattino o spettacoli che invitano alla lettura, trasmessi solitamente di domenica pomeriggio.
Davanti a tale desolante panorama mediatico intellettuali e studiosi si interrogano dubbiosi alla ricerca di possibili alternative cognitive, consapevoli di possibili rischi di “stagnazione globale”.
“Oh tempora, oh mores”! Potremmo esclamare, parafrasando un famoso detto latino e viaggiando a ritroso nel tempo. E, paradossalmente, potrebbero essere proprio i classici greci e latini, nell’ inossidabile integrità e nell’imperitura bellezza a offrire nuove alternative proponendo stili e modelli culturali.
Ben consapevole della loro valenza era Anthony Ashley Cooper III Conte di Shaftesbury,politico, filosofo e scrittore inglese che, già nel XVIII secolo, denunciava la tendenza di scrittori e intellettuali del suo tempo di scrivere secondo la moda, conformandosi a gusti e preferenze del pubblico e adattando conseguentemente il registro culturale.
Nel saggio “Soliloqui, o consiglio a un autore” * del 1710 Shaftesbury si rivolge a scrittori e poeti del suo tempo invitandoli a non “abbassare la guardia” e a proporre una letteratura più impegnata seguendo il modello degli antichi classici.
L’opera invita a riscoprire il genere letterario della narrazione di vite di uomini illustri presentati al pubblico con vizi e virtù. L’utilizzo di tale registro culturale, unito alla forma del soliloquio, consente all’autore di svelarsi al pubblico parzialmente,esprimendosi in modo impersonale e relegando intimi particolari alla sfera del privato.
Le parole di Shaftesbury rappresentano un monito alla sobrietà, oggi naufragata dalla “consuetudine dell’outing”, e un invito agli intellettuali a riscoprire le radici della propria cultura cercandole nell’Arte, nella Letteratura e in quella Poesia che, come scriveva Ugo Foscolo, “Vince di mille secoli il silenzio”.
Per ulteriori approfondimenti si consiglia la lettura dei saggi:
* ” La pietà e l’edonè. Pasolini e la televisione”, di Agostino S. Cardanelli e “Soliloqui, o consigli a un autore” di A.Ashley Cooper Conte di Shafstesbury.





