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corporate governance

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..e anche oggi, un’altra riunione, un altro convegno, un altro congresso.
Sono seduto in mezzo alla sala, gremita di automi che fanno a gara a chi si mostra più interessato (leccaculo!), e dopo aver aspettato soltanto l’ora del coffee break, mi viene la malaugurata idea di staccarmi da tutto e da tutti; idealmente esco da me stesso e mi aggiro con lo sguardo per la sala, mentre il mio corpo resta fermo e seduto in una posizione che cerca di essere composta, soffocando l’ insofferenza che quasi mi strangola.

Li guardo in faccia tutti, uno ad uno, con le loro cravatte ben allacciate, con i loro orologi (chissà che sforzi per comprarli, rate su rate..), le donne che delle donne non hanno più nulla, hanno tagliato quasi tutto; capelli, unghie, tacchi, tutto scomparso, sono automi come gli altri, solo pesano un po’ meno, non portano la cravatta e non si fanno la barba (per ora), tutto qui.

Li guardo, e dopo non molto sono assalito da un profondo senso di angoscia cui subito si accompagna una strana sensazione di nausea, che riconosco subito psicosomatica, come quando cerchi di mangiare un pranzo pre-pre-precotto in aereo, e scendi con lo stomaco che se potesse si suiciderebbe; mi sento come la domenica pomeriggio con il suo mal di testa che tutti sentono ma che nessuno si sa spiegare, pur essendo solo la banale manifestazione dell’assoluta non voglia di tornare a lavorare il lunedì; ecco, provo lo stesso fastidio, quasi disgusto.
Disgusto sì, e allo stesso tempo incredulità; mi verrebbe voglia di alzarmi e gridare, invece sento solo il silenzio assordante di quelle pareti di moquette e vetro, che rimandano subito al mio cervello un’idea di elegante spersonalizzazione che gira nell’aria. E’ un palazzo diabolico quello in cui si tiene il convegno, bellissimo nella sua lineare pulizia, ma tanto grande e tanto freddo da inghiottire qualsiasi colore, qualsiasi sentimento, qualsiasi forma di vita.

E infatti nessuno sorride, nessuno si tocca, nessuno si guarda; tutti prestano attenzione alle nuove frontiere della “corporate governance nella società Europea” snocciolate da un tizio ingabbiato nel Suo abito di Valentino, che sta per sprofondare nella poltrona e sparire sotto la scrivania montata sul palchetto, mentre quasi si addormenta al suono della sua stessa voce.

Io intanto continuo a girare virtualmente per la sala, e mi verrebbe da gridare:

“ hey voi! Si dico a voi! Voi tutti! Ma cosa state facendo? Ma cosa significa tutto questo? Ma vi state guardando? Vi rendete conto di cosa sta succedendo qui, oggi? Ma guardatevi! Non avete niente in comune l’uno con l’altro, non siete amici, magari non vi piacete neanche, siete un drappello di persone costrette in abiti color pastello, sempre più grigi dentro e fuori, rinchiuse in una sala a trascorrere il vostro tempo nel tentare di dare di voi stessi un’immagine “professionale”, tra l’altro per una professione che non ha affatto bisogno di voi, perché se vi cadesse un fulmine sulla testa domani, verrebbero cento altre pedine uguali a voi ad occuparsi di cose di cui non frega a nessuno (voi per primi e si vede), mentre l’unica vera cosa che conta, che è la vostra vita santo Dio, inesorabilmente passa, si riduce, trascorre sempre e solo una volta, una ed una volta sola. E mentre la mina nella matita si accorcia, voi cosa fate? corporate governance? corporate governance??? Ma fatemi il piacere! Sveglia! svegliaaaa!!! In questa sala non c’è nessuno, non c’è niente!, non ci siete voi, non ci sono persone, Niente sole, niente sentimenti, niente sangue né carne, niente di niente; a nessuno frega niente di nessuno, state assumendo lo stesso colore grigio dei vetri e della moquette; siete già morti, è solo che nessuno ve lo ha detto."

Ecco, Questo insegna il convegno; è un convegno su come si riesce a gettare dalla finestra la vita senza neanche rendersene conto, è un convegno su come si fa a farsi annullare l’esistenza da una cosa che neanche esiste, “l’impresa, la ditta, la società, e la sua benedetta corporate governance” , che vi ha rinchiuso la vita in un box 3 metri per tre, dodici ore al giorno, per quarant’anni.

Fate tutti schifo, anzi facciamo tutti schifo, perché c’ero anch’io; e le vecchie foto attaccate ai muri dei box sono solo lo squallido tentativo di mantenere un contatto con ciò che conta della vita, di ricordarsi il motivo per cui siamo lì o almeno perché ci siamo entrati in quell’inferno di nulla, ma niente più; siamo inermi, siamo impotenti, siamo le pecore nel gregge che sgomitano tentando di arrivare da qualche parte, ma che riescono solo ad invecchiare, tra una governance e l’altra.