Profilo
titolo originale: Funny Games
nazione: Usa/Gran Bretagna
anno: 2008
regia: Michael Haneke
genere: Thriller
durata: 111 min.
distribuzione: Lucky Red
cast: N.Watts (Anna), T.Roth (George), M.Pitt (Paul), B.Corbet (Peter) sceneggiatura: M. Haneke
fotografia: D.Khondii
Commenti
Mymovies.it: "Aggressivo, estenuante, critico e parodico contro le stesse critiche che mette in scena, Funny Games nel suo essere remake di se stesso è un'opera contemporanea che acquista valore e senso nella ripetizione".
Repubblica.it: "Chi ne sottolinea la dimensione ludica ("Peter e Paul sono una versione agghiacciante di Laurel e Hardy" Alessandra Di Luzio) e chi (Giacomo Manzoli) ne vede le analogie con i Kammerspiel, indicandone la natura di autoanalisi borghese con aspirazioni alla Bunuel e accostandolo al pasoliniano Teorema. Film spiazzante nella sua stranezza (e strano è uno dei tanti significati dell'inglese "funny") e nella sua ambiguità: si propone di mettere a disagio lo spettatore abituato alla violenza televisiva e hollywoodiana. Ma senza catarsi né vie di fuga".
Critica
A dieci anni di distanza dell’originale, lo sceneggiatore e regista Michael Haneke propone una versione riveduta e corretta (nonché americanizzata) del suo “Funny games”, film culto tra gli estimatori del noir-splatter di kubrickiana memoria. La storia si apre su uno scenario piuttosto banale: una famiglia da quadretto borghese, composta dalla bionda Anna (Naomi Watts), Georg (Tim Roth) ed il loro bambino Georgie (Devon Gearhart), lascia la città per passare le vacanze nella sua bella casa in riva al lago. I vicini di casa sono già arrivati, hanno anche due giovani ospiti, Paul(Michael Pitt) e Peter (Brady Corbet), ma il loro comportamento non è quello di sempre, e non ci vorrà molto a capire il perchè. Quando Peter si presenta ad Anna, subito raggiunto anche da Paul, per chiedere con estrema cortesia quattro uova in prestito, per poi pretenderne altre quattro dopo averle rotte, facendo casualmente cadere il cellulare di una sempre più perplessa Anna nel lavandino pieno d'acqua, cominciano a venire a galla le prime domande; da qui in poi assisteremo ad un climax di violenza e gioco, affascinante ma senza scampo, sbirceremo attraverso l’obiettivo della telecamera nella scacchiera di Paul e Peter, teatro dei loro funny games, in cui Georg e Anna esistono solo nella loro funzione di pedine, prive di qualsiasi connotazione umana o sentimentale. Pedine mosse in maniera impeccabile e feroce dalle mani guantate dei due ragazzi, incredibilmente simili ai drughi di “Arancia meccanica”, nell’aspetto e nell’ultraviolenza estenuante e cervellotica a cui costringono gli ignari e sbiaditi vicini. Ma perché un remake diretto dallo stesso regista? Perché clonarsi così sfacciatamente? Superando l’evidenza dell’allusione a Psycho (Gus Van Sant), che pure ha la sua rilevanza nell’interpretazione di un film complesso come quello in questione, si può verosimilmente azzardare l’ipotesi che la potenza espressiva del lungometraggio trovi il suo apice nella ripetizione; se nella prima versione lo spettatore poteva cogliere l’orrore e l’ineluttabilità di un gioco crudele ma filtrato dal suo stesso clichè horror, nel remake lo stesso spettatore diventa complice delle angherie compiute da Paul e Peter, è lui stesso a sferrare l’attacco mortale, ma al contempo ne diviene il bersaglio. E’ una vivisezione, quella attuata da Haneke: sequenze minimaliste, essenziali, in cui lunghe inquadrature fisse e dettagli infinitesimali rivelano una satira tagliente nei confronti del cinema, delle logiche di spettacolo, di quello stesso contesto in cui ogni fotogramma rifiuta di integrarsi. “Trasmettere la cosmogonia della sofferenza umana”, dice il regista a proposito delle sue scelte registiche, talvolta opinabili ma sempre superbe. Eppure con “Funny games” si va un gradino più in alto: non è solo la storia del male sul bene, il deja vu del sangue, la messa in scena mediocre del gioco di potere tra il bello e il cattivo; dai guanti inamidati di Paul e Peter emerge prepotente il perfetto opposto dell’antropofilia, la bestialità dell’essere umano, l’assenza di etica dove tutto diventa scherzo e istinto ad uccidere. Homo homini lupus, insegnava Hobbes. E mai come nell’opera di Haneke questo si fa concreto, devastante: è il candore, la naturalezza del delitto a stritolarci lo stomaco, a terrorizzarci.





