Profilo
TITOLO ORIGINALE: Fight Club
REGIA: David Fincher
SCENEGGIATURA: Jim Uhls
SOGGETTO: Chuck Palahniuk
FOTOGRAFIA: Jeff Cronenweth
INTERPRETI: Brad Pitt, Helena Bonham Carter, Edward Norton, Meat Loaf, Zach Greiner, Jared Leto, Ezra Buzzington
PRODUZIONE: USA
ANNO: 1999
DURATA: 139 minuti
Trama
Picchiarsi per stare meglio: questo l'assunto del film. Dopo il successo, in parte inaspettato, di Seven, Fincher ripercorre e perfeziona la violenza. Pitt è semplicemente il diavolo: forte, astuto, bello e violento. Norton ne rimane sedotto. Nota di costume sulla pratica di scaricamento delle tensioni con scarico di pugni. Machismo imperante. Suggestioni da palestra di pugilato. Ideologia atta a suscitare polemiche. Ben diretto e ben interpretato.
http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=32904
Commenti
Lietta Tornabuoni La Stampa; "I Fight Club del film di David Fincher (californiano, 36 anni, già regista di Seven e The Game) sono circoli in cui gli uomini si sfidano facendo a pugni con dolore non come sul ring, ma come nelle lotte di galli o di cani. A Edward Norton malato d'insonnia il medico consiglia di frequentare le associazioni di malati terminali (cancerosi, leucemici, afflitti da Aids) e di trovare nel loro dolore la quiete di cui ha bisogno per poter dormire. Patire il dolore è l'unico rimedio per il caos e la disperazione contemporanei, sostiene un predicatore, mentre l'aggressivo Brad Pitt (che é, naturalmente, la parte oscura del protagonista) intende creare un esercito di ragazzi vandali in lotta contro consumismo, capitalismo, cultura industriale".
Luigi Paini Il Sole-24 Ore; "Largo al sociologo: per giudicare un film come Fight Club, di David Fincher, servono senz’altro di più le analisi dei fenomeni di costume (e quindi largo anche allo psicologo) piuttosto che le consuete categorie estetiche. Perché Fight Club è il sintomo di una malattia, anzi, con ogni probabilità è già esso stesso la malattia. Vuoto assoluto, disastro antropologico, dominio del Male e del non-senso: cosi appare a Fincher la società contemporanea. Non esiste speranza, non si scorge via d’uscita, impossibile rinvenire la minima briciola di spiritualità. Tutto è Nulla, immerso in un mondo alla Blade Runner, nero, sporco, un’immensa discarica di rifiuti. Pura angoscia, che ci assale fin dalle prime inquadrature".
Critica
L'opinione
La prima regola del Fight Club è: non parlate mai del Fight Club.
Ma certo non si può tacere il valore di questo film, tratto a sua volta dall’omonimo libro di Chuck Palahniuk. Un valore maledettamente attuale perché diventa una sanguigna critica alla logica materialistica che ci vuole tutti consumatori e non più uomini, un pugno che arriva così forte sul muso da far perdere ogni contatto con la realtà. O forse è proprio con quel pugno che si comincia a scoprire che la vita presente è solo un grande vuoto, arredato con le composizioni IKEA per la casa, scandito dai viaggi di lavoro fra un aeroporto e l’altro, abbigliato con la firma di un tizio sulle mutande, usato in confezioni monodose e gettato, dove persino i sentimenti sono diventati medicine contro l’insonnia.
Il protagonista del film (Edward Norton) di cui, troppo presi ad ascoltare le sue manie descrittive, non conosciamo il nome, si trascina in una vita mediocre con un lavoro mediocre, senza amici e con un’insonnia curabile solo partecipando ai centri di assistenza per malati terminali, dove incontra Marla Singer (Helena Bonham Carter) una fumatissima e decadente ragazza che, come lui, approfitta delle sedute di terapia di gruppo, per riempire le sue serate, bevendo caffè gratis. Questa conoscenza lo fa ripiombare nell’insonnia e Marla diventa “il taglietto sulla bocca che si rimarginerebbe se la smettessi di stuzzicarlo con la lingua”. Un protagonista archetipo del cittadino medio, occupato a guadagnare per poter comprare, tutto materialmente perfetto ma spiritualmente incolore e con una certa soggezione per le donne.
Un giorno in uno dei suoi tanti spostamenti in aereo il protagonista si ritrova a parlare con un commerciante di sapone, seduto al posto accanto, che dice di chiamarsi Tyler Durden (Brad Pitt) e del quale nota subito una certa fascinosa spregiudicatezza. Tornato a casa scopre che una fatale fuga di gas ha fatto esplodere tutto, e non sapendo a chi chiedere ospitalità telefona a quel venditore di sapone. Il bello e dannato Tyler sembra avere la soluzione giusta per dare un senso all’anonima vita del protagonista con la fondazione del primo Fight Club, un luogo qualsiasi dove uomini di qualsiasi estrazione possono lottare alle regole dettate da Tyler, nello scontro corpo a corpo.
L’esistenza del protagonista comincia inevitabilmente a cambiare, combattimento dopo combattimento, al ritmo di denti rotti e occhi tumefatti e con essa la percezione della realtà. Egli si troverà ad essere sempre più insensibile al mondo esterno (esaltante la scena in cui costringe il suo capoufficio a licenziarlo) e sempre più legato al suo demoniaco maestro Tyler, che sembra avere irretito la stessa Marla Singer a forza di cavalcate sessuali. Intanto il Fight Club cresce e i suoi membri diventano un esercito: gli scontri clandestini lasciano spazio ad un vero e proprio piano terroristico, denominato Mayhem, progettato in segreto da Tyler e volto a sabotare i pilastri della civiltà dei consumi contemporanea con azioni dimostrative e vandaliche che culmineranno nell’esplosione finale dei palazzi della finanza.
E poi Tyler scompare. Lasciando il nostro protagonista praticamente incapace di gestire questa macchina da guerra. Spinto dal desiderio di fermare il Fight Club, finalmente comincia a cercare la verità su chi sia davvero Tyler Durden e scoprirà che in realtà Tyler Durden non è altri che sé stesso, il frutto della propria mente, il suo demone uscito allo scoperto, la materializzazione di tutto ciò che nella vita normale lui non avrebbe avuto il coraggio di essere: spregiudicato ma affascinante, marcio ma vigoroso, volgare, insensibile alle regole civili e sprezzante del dolore fisico.
È qui che si capisce come il film affronti in maniera diretta la perdita di identità dell’uomo attuale, totalmente ma volutamente dissociato dal proprio io, perché svuotato di ogni ideale e riempito di “cose” da comprare. L’uomo deteriorato al “Sei ciò che possiedi”! Tyler Durden è l’uomo contemporaneo, colui che ha perso la dimensione del dolore e della morte da sempre presenti nel guerriero e nel cacciatore, colui che ha abbandonato lo scontro e il coraggio, colui che non ha più valori per cui combattere né ideologie da difendere. Lo dice Tyler Durden ai membri del Club: “Siamo i figli di mezzo della storia, non abbiamo né uno scopo né un posto. Non abbiamo la grande guerra né la grande depressione. La nostra grande guerra è quella spirituale, la nostra grande depressione è la nostra vita”.
Vi è una presa di coscienza che la vita di oggi ricalca esattamente il frigorifero del protagonista: tanto pieno di condimenti ma senza nulla da condire. Le parole di Tyler ci sbigottiscono per la loro realtà: “Siamo cresciuti con la televisione che ci ha convinto che un giorno saremmo diventati miliardari, miti del cinema, rock stars. Ma non è così. E lentamente lo stiamo imparando. E ne abbiamo veramente le palle piene”. L’identità del superfluo da consumare proiettato in sogni di preconfezionati.
A questo punto l’unico margine di riscatto restano la violenza, le botte e il boicottaggio delle regole del consumo.
La consapevolezza che si acquista con lo scontro è una sola: “Tu non sei il tuo lavoro, non sei la quantità di soldi che hai in banca, non sei la macchina che guidi, né il contenuto del tuo portafogli, non sei i tuoi vestiti di marca, sei la canticchiante e danzante merda del mondo! Sentite balordi, non siete speciali, non siete un pezzo bello, unico e raro. Siete materia organica che si decompone come ogni altra cosa. Siamo la canticchiante e danzante merda del mondo. Facciamo tutti parte dello stesso mucchio di letame”.
E così solo nella lotta un membro del Fight Club comprende il proprio reale valore, e solo nella lotta c’è l’ulteriore presa di coscienza del proprio demone interiore (non nel senso cristiano di malvagio, ma quello che per gli antichi greci era il daimon, lo spirito che governava lo stato d’animo) che la droga materialista non ha ancora anestetizzato del tutto. È la morte di Tyler Durden che farà vivere Tyler Durden; distruggere l’inutile superfluo di sé stessi per ritrovare sé stessi sarà lo scontro più duro.





